Zairon - Ithaki

 

I

La issarono all’alba, era maggio. La issarono tra la spuma del vento, con corde salate. Ruggine e onde, su legno turchese. L’avevano catturata, finalmente. La coda di una sirena, metonimia delle acque. Tra i passi arsi dal sole, risuonarono le voci nodose dei marinai. Zairon, vent’anni, occhi di brace, voce incandescente: «E lei, dov’è?», «Lei, chi?», «Lei, la sirena. La donna, l’estremità superiore della coda». Nessuno sembrava preoccuparsene. A nessuno importava. La coda era lì, segno materiale di un premio inatteso. Senza pretese ulteriori. Ma a Zairon no, non poteva bastare. I vent’anni e gli occhi di brace divamparono nel blu, nello spazio di un tuffo. Doveva ritrovare quel frammento. Doveva ricomporre l’intero. Nuotava, Zairon. Incastrava il corpo tra le onde, battito e fiato, sempre più in là, sempre più giù. Nell’ultimo riflesso prima del respiro, nel gorgo del fondale, schiuse le ciglia e si trovò annodato ad una trama di corde sottilissime, scure come ebano. Capelli, la chioma nera dell’abisso. Avvolto, coinvolto, rapito. Gli occhi di brace immersi nei suoi due zaffiri, naufraghi del tempo. Un sussurro di vento bisbigliava parole liquide, rivoli semantici, senza senso terrestre. Zairon sapeva cosa doveva fare: lanciare lo sguardo poco più oltre, lì sotto. Percepire l’assenza, indagare il vuoto. Bastava poco, un soffio di ossigeno in più. Aria, cielo, sto soffocando. Luce dell’alba, addosso. «Zairon, forza. Alzati! Vieni a faticare!», «Ma, la coda della sirena, la corda di capelli…», «Quale coda? Che cosa dici? Quella è solo una vecchia àncora senza utilità».

I

Fantasma, cammina sulla spiaggia nera; frammento irrisorio, inconsistente. Non è concentrato su niente di preciso, se non sui cambiamenti del brulicare acquifero e sulla chiglia rivoltata della sua barca, che osserva il cielo nemboso. Le sue orme lasciano solchi temporanei. I suoi occhi disincarnati seguono le rocce oscure, notando una luce vetrosa: misteriosa: conturbante. Una voce gli si schiude in petto. Conduce le sue tracce fino a quel gorgoglio schiumoso che nasconde un tesoro secolare, antico.

Il messaggio nella bottiglia.

Il sughero che ricopre l’uscio è presto stappato via. Al suo interno l’organo cardiaco, ancora grondante sangue, estratto dal costato di un amoroso drudo, e spedito in dono alla sua signora: il simbolo di un romanticismo luccicante, perso tra le urla sovrumane e diaboliche dell’eterno.

Dei soldi, due bustine di tè profumatissimo alla ciliegia e gelsomino e, soprattutto, una lettera piegata e sigillata e un biglietto scritto in lingua inglese.

“Please, if you have founded it, send this letter to the address, it’s for my true love”.

Che la lettera insanguinata arrivi a destinazione, che il soffiare degli dèi riporti all’equilibrio i flussi, che la sabbia nera accolga la richiesta di Amore; che l’universo s’adoperi al viaggio di questa scheggia irrisoria, della verità inconsistente: che tutto sia compiuto.

Il pellegrino torna finalmente a casa.