Dall'isola - Bracciate - Alla libertà

 

I

Sono nato e cresciuto su un’isola. La mia pelle è legata alla sensazione del mare addosso. La percezione d’umido sull’epidermide, del sale tra le cellule. Un affetto mnemonico-tattile primordiale.

 

All’età di un anno e mezzo ho visitato le isole della Grecia ionica in barca a vela. Ho solcato i mari di Ulisse ed Enea. Li vedevo e li ascoltavo nei racconti lenti e confusi di mio padre.

 

Ho passato innumerevoli nottate per mare, in barca, con i miei fratelli, a pescare. Di quelle notti ricordo l’odore e il silenzio. Di quelle notti ricordo di aver disegnato un lupo, che nasceva dal mare, i cui peli erano onde. Il mio lupo di mare.

 

Da piccolo ho rotto l’omero scivolando su uno scoglio affiorante, su cui mi ero poggiato per sciacquare via la sabbia dai piedi. Il pomeriggio stesso, gl’isolani lo hanno fatto in pezzi per riconsegnarlo al suo legittimo proprietario, che tutto possiede sulle acque.

 

Al cospetto del mare ho baciato le labbra delle sirene. I loro canti riportano all’essenza dei corpi. Mi hanno ripescato dagli abissi della perdizione, sempre. 

I

Il pulsare

Irruento di ogni battito

percepisco,

perfino,

lo stillicidio lento

della tua anima

che cola e si confonde,

lo vedo,

tra le onde del mare.

A bracciate larghe,

raccolgo

i metri di mare che

dividono

me

 

e

 

te

da ogni sensibile

appiglio

illusione o

parvente sogno

di contatto.

Nuoto nella risacca

per riaverti,

inspiro salsedine

per rigettare

il viso nell’abisso

sotto l’addome.

 

I metri di mare che

dividono:

paradosso.

I

In mare ho trovato pietre levigate dall’acqua e dal tempo, conchiglie colorate dal sole nei secoli, riempite dalle grida del vento. In mare ho trovato la mia forma più pura, nuotando nel blu.

 

In mare ho perso ciondoli, bracciali, giocattoli, telefoni, vestiti, secchi, sigarette, soldi e chissà quanti sogni rivolti altrove, all’oltremare.

 

In mare ho perso mio padre.

 

Mia madre aspetta ancora di trovare una risposta nel mare. La nostalgia dell’attesa.

 

La torta di matrimonio dei miei genitori era a forma di barca a vela. Non semplicemente i contorni disegnati di una barca a vela bidimensionale, ma una vera barca in tre dimensioni che si alzava da una piccola base d’ostia; il mare, la comunione del mare.

 

Quando torno, la prima cosa che sento, a distanza di molti chilometri è l’odore stesso del mare. Il profumo forte di salsedine. Sono a casa.

 

Voglio concepire mio figlio sulla battigia, con il suono del riflusso mediterraneo come un velo. Perché abbia anche lui l’acqua salata nel cuore, il tema del viaggio negli occhi; perché gli scorra sulla pelle lo scirocco caldo dell’Africa, anche quando si troverà rinchiuso in una cella, in cima al grattacielo più alto del mondo. Perché sappia sempre chi è e di cosa è fatto, anche in mezzo agli spettri.